Vita a rate
Jete me keste
Viata in rate
Gisn' s privalami
Così Ledjon, uno di noi, ha voluto definire le storie dei tanti che hanno vissuto l'esperienza della migrazione e hanno dovuto lasciarsi alle spalle una vita per cominciarne una nuova, piena di incognite.
Le storie proposte qui aiutano a capire la causa di questi "salti" da un pezzo di vita all'altro.
Mi chiamo Nelly, vengo dalla Costa d'Avorio, sono in Italia da quasi due anni, però i miei genitori sono qui da quando io avevo due anni. Dopo la loro partenza per l'Italia io ho vissuto con degli zii che sono stati come dei genitori.
La causa della mia immigrazione è stata la necessità di proseguire gli studi in buone condizioni, perché il mio paese sta attraversando una crisi politica ed economica molto grave. Mi è dispiaciuto lasciare tutto quello che avevo costruito, soprattutto i miei parenti e i miei amici oltre a tante persone che sono state e saranno per sempre molto importanti nella mia vita.
Quando sono arrivata in Italia avevo tanta difficoltà con la lingua e per me era un vero problema avvicinare le persone che incontravo, però adesso mi sento quasi metà italiana perché ho fatto dei progressi e posso aprirmi a tutti. Adesso so che tutti mi vogliono bene e sono molto felice. Quindi ringrazio tanto i miei genitori di avermi portato in Italia, perché mi hanno permesso di conoscere un paese diverso dal mio, i modi di vita e le usanze di questo bel paese (che però qualche volta è un po’ noioso!).
Mi chiamo Celine e sono qui in Italia da un anno e cinque mesi. Sono venuta qui per problemi economici. Sei anni fa mia mamma è partita per trovare in Italia un lavoro che ci permettesse una vita migliore. Mio papà, due anni dopo, l'ha seguita e io sono rimasta sola con mia sorella, Claudia. Quando sono venuta qui, in Italia, ero molto triste e lo sono ancora, perché là avevo già rapporti di amicizia molto forti e profondi. Con il tempo, sono riuscita a farmi delle amiche, ma mi sono accorta che sono molto diverse da quelle che avevo in Romania perché la maggior parte delle persone che incontro è un po' superficiale. Penso che nella mia situazione si trovino tutti i giovani venuti qui a studiare.
(Ma numesc Celine si sunt de un an si 5 luni in Italia. Am venit aici din cauza unor probleme financiare. In urma cu 6 ani de zile mama mea a plecat spre o viata mai buna dupa care 2 ani mai tarziu a plecat si tatal meu. Am ramas doar eu cu sora mea. Si cand a trebuit sa vin in Italia am fost si sunt foarte trista pentru ca in Romania aveam deja raporturi foarte stranse. Cu timpul am reusit sa imi construiesc prietenii dar mi-am dat seama ca sunt foarte diverse de cele din Romania deoarece majoritatea persoanelor sunt superficiale. Ma gandesc ca in aceiasi situatie ca mine se afla majoritatea tinerilor care vin sa invete aici.)
Mi chiamo Roxana e sono in Italia da nove mesi. Sono stata “importata” qui soprattutto per motivi di studio ma anche per alcuni problemi finanziari. Sono molto triste perché pensavo che in Italia ci fossero persone molto aperte, invece non è stato così. Ho delle amiche, però sono diverse da quelle che avevo in Romania, sono più distanti. Spero che la Romania non diventi come gli altri paesi dove si sono persi i valori a causa dei soldi.
(Ma numesc Roxana si sunt in Italia de 9 luni. Am venit aici mai mult pentru motive de studiu dar si din cauza unor probleme financiare. Am fost foarte trista deoarece credeam ca aici voi gasi persoane foarte deschise in schimb nu a fost asa. Am prietene dar sunt foarte diferite de cele din Romania, sunt mai distante. Sper ca tara mea sa nu devina ca celelalte unde s-au pierdut valorile din cauza banilor.)
Cari ragazzi…(Dopoghie driusia…)
sono una ragazza bielorussa che è venuta in Italia per trovare una famiglia.
Vorrei parlarvi del motivo per cui secondo me le persone emigrano dal proprio paese.
Lasciare la propria famiglia, le proprie abitudini non è sempre una scelta.
Uno dei motivi per cui le persone abbandonano il proprio paese è certamente la fame.
Tutti i giorni andando a scuola passavo davanti a un maledetto palazzo abbandonato. Quante volte mi sono fermata a parlare con i miei amici che chiamavano quell'edificio la loro casa. Il loro letto era una scatola di banane “Chiquita” colorata con i pastelli trovati nella spazzatura. Cosa mangiavano? Niente, perché non c’era niente. E tutte le volte mi arrabbiavo con me stessa perché io non ero abbastanza ricca per aiutarli! Cercavo sempre di portargli qualcosina, per esempio il mio pranzo, ma poi rimanevo senza niente io. Però ero felice lo stesso. Ero felice perché qualcuno sopravviveva grazie al mio aiuto. Un giorno però non ho trovato nessuno da aiutare. Due giorni più tardi vengo a conoscenza del trasferimento di quei ragazzi nell’orfanotrofio in cui lavora mia zia. Comincio ad andare più spesso lì, per vedere i miei amici. Fin dal primo giorno conosco anche tutti gli altri e mi innamoro di Artiom. Parlo con tutti, ascolto le storie più assurde e più brutali che io mai abbia sentito.
Sapete qual è la cosa che mi stupì più di tutte? È che ogni bimbo, ogni ragazzo lì presente aveva lo stesso desiderio…: avere una famiglia!!!
Ecco, in questo desiderio mi ritrovavo pure io. Sono rimasta orfana da piccola. A quattro anni di madre, a otto di padre e a dieci della nonna con cui ho vissuto dieci anni. La nonna, quando stavo per compiere nove anni, mi mandò qui in Italia, per migliorare la mia salute, per farmi respirare aria più pura, perché conoscessi altra gente. La coppia che mi ospitava non aveva figli. E io mi innamoro subito di questi due personaggi, che sono entrati nella mia vita per caso e che ora ci resteranno per sempre. Qualche giorno dopo la morte di mia nonna, i miei genitori italiani mi chiedono se voglio diventare la loro figlia. Accetto subito. Abbiamo lottato per ben tre anni, con le pratiche, tra un tribunale e l’altro. Alla fine eccomi qua, "membra" di una famiglia, figlia di qualcuno. Finalmente pure io ho una famiglia, dove ho un papà da chiamare papà e una mamma da chiamare mamma.
Prima vi ho parlato di Artiom. Sapete che fine ha fatto quando sono venuta qua in Italia? Si è suicidato, perché non sopportava l’idea che io fossi lontana da lui.
Vedete, cari amici, non è possibile essere sempre felici. A volte quando recuperi la tua felicità, contemporaneamente la rubi a qualcuno che ti è molto caro.
Sono stata sempre convinta che la causa principale dell'emigrazione sia la paura, ma anche l' “essere stufi” della propria vita. In ogni uomo c’è il desiderio di cambiare vita, di migliorarla; molte persone tentano di farlo, ma non tutte ci riescono (anche perché c’è tanta gente che glielo proibisce).
La vita di molti è come una corda. Si spezza facilmente e per legarla di nuovo, per riannodarla, spesso c'è bisogno di noi, di persone che possono offrire qualcosa: a volte bastano un semplice sorriso, un abbraccio di accoglienza per rendere la corda a prova di strappo!
(Gisn' mnoghich liudéy isobragena veriovkoy, kotoraia rasrivaetsia ocen' legko i ctobi eio snovo sviasat, saviasat' usiol, çiasto liudi nujdaiutsia v nascey pomosci, v pomosci liudéy kotorie, mogut sebe posvolit predlogit' drughim svoi uslughi, inogda chvataet dage obicnoy ulibki ctobi rasbudit' gisn' v celoveche, inogda chvataet prostogo ob'iatiia priioma, ctobi sdelat veriovku gisni procnoy)
Odissea di profughi (Odiseja e refugjatve)
E' l'otto giugno 1998. Ci troviamo sulle coste dell'Albania del sud, a Valona più precisamente. Una quarantina di persone ammucchiate sta aspettando qualcosa o qualcuno.
Ma che cosa mai potevano aspettare in riva al mare alle dieci di sera quelle persone? Erano vestite con abiti molto simili e sembrava facessero un blocco unico, in cui non si riusciva a distinguere bene le facce, ma si vedevano solo delle ombre. La maggior parte erano uomini dalla corporatura robusta. Alla notte molto tranquilla si contrapponeva un gran via vai di parole tra quelle persone in riva al mare. Da quello che ho capito, raccontavano tutte il loro passato e perché si trovavano su quella spiaggia. Sembravano storie monotone, quasi tutte uguali. Mi soffermai a riflettere su una di quelle.
C'era un uomo sui trentacinque anni che raccontava di avere due figli. Era lì perché aveva perso il suo lavoro da qualche mese e non riusciva a trovarne un altro. Ma che cosa c'era dietro alla frase "non riesco a trovare un lavoro"? Quasi tutti i paesi dell'Europa orientale hanno avuto in passato lo stesso problema storico-politico, il comunismo, che ha lasciato la gente di questi paesi molto indietro economicamente rispetto a quelli che si trovano a poche centinaia di km di distanza ma che sono così lontani invece dal punto di vista economico. Senza perderci in questi grandi discorsi, ritorniamo a quell'uomo che come tutti gli altri stava aspettando con ansia, con paura, con speranza l'arrivo del gommone che l'avrebbe portato in Italia, cioè nel "paese delle meraviglie", dove avrebbe visto realizzarsi i suoi sogni. Come dice un proverbio albanese molto usato in quegli anni, "il mare è diventato yogurt: andiamo tutti a intingere un dito". Il significato di questo proverbio è abbastanza chiaro: l'attraversare il mare avrebbe portato tutti a una immediata ricchezza.
Sono le 22 e 50 minuti, il gommone è arrivato. La paura crebbe alla vista di quel gommone che era poco più grande di una barca da pescatore e il primo pensiero del nostro personaggio fu: "Ma questa barchetta è veramente in grado di affrontare l'immenso mare?". Il mare che faceva ancora più paura quella notte… L'uomo si domandava inoltre se era saggio rischiare la vita così stupidamente. No, non era assolutamente saggio, ma che cosa avrebbe potuto dire ai suoi figli, nel caso si fosse rifiutato di partire, quando gli avrebbero chiesto del pane da mangiare? La premessa dello scafista era poco rassicurante. "Tenersi forte!", diceva durante il viaggio, perché se qualcuno fosse caduto in mare, nessuno si sarebbe fermato a riprenderlo. Il viaggio doveva durare un'ora e mezza su per giù, se non ci fossero stati problemi. Ma quella notte era tutt'altro che senza problemi. Nelle vicinanze delle coste italiane il gommone era inseguito dalla nave della guardia costiera e anche da un elicottero della stessa guardia. Albert (così si chiama il nostro protagonista) era impaurito. Ma chi d'altronde non avrebbe avuto paura al suo posto? Adesso Albert non sperava più di arrivare in Italia: l'unica sua preoccupazione era quella di uscire indenne da quel viaggio. Gli scafisti erano molto agili, conoscevano molto bene quelle coste e grazie ad alcune manovre da manuale riuscirono a scamparla.
Era l'una di notte passata quando lo scafista disse ai suoi passeggeri di scendere. Tutti si guardarono negli occhi e si buttarono in mare. La costa era ancora lontana, l'acqua era alla gola e si doveva nuotare per un pezzo prima di toccare la terraferma. Raggiunta la costa, tutti attraversarono un bosco, al di là del quale c'erano i taxi che aspettavano e che avrebbero dovuto portare questa povera gente alla stazione del treno di Bari: da lì ognuno avrebbe preso la sua direzione. Albert prese il treno per Torino, dove si sarebbe incontrato con suo nipote. In futuro si seppe che quella notte erano partiti quindici gommoni da Valona, quattordici dei quali erano stati fermati. L'unico ad essere sfuggito alla guardia costiera era proprio quello sul quale c'era Albert.
Ma arrivare in Italia non voleva dire “fine dei problemi”, anzi iniziò un nuovo capitolo della vita di Albert. Nuovi problemi lo attendevano, quei problemi che sono molto comuni e molto conosciuti dagli stranieri in Italia, primo fra tutti mettersi in regola, avere il permesso di soggiorno… E nei primi anni d’immigrazione questo pezzo di carta sembra il frutto proibito e per averlo i termini sono così lunghi che il viaggio di Odisseo sembra un “attimo”. Ma questa è un'altra storia.
Ledjon Dumi K V
PARTENZA SENZA ARRIVO
Dobbiamo partire, nonna
dobbiamo andarcene da Valona.
La guerra ha distrutto questa città,
perciò la gente se ne va.
Ma tu non ti preoccupare, quando in Italia
arriverò,
subito ti telefonerò.
La nave è partita, all’improvviso
nell’immenso mare blu
sentivo delle persone gridarmi su,
capii che la nave stava affondando.
Quel profondo mare blu
non pensava ai bambini che si portava giù.
Allora la mano di mia madre afferrai
e promisi: fino a quando io vivrò
sempre ti aiuterò.
Mamma perché non abbiamo ascoltato la nonna
che ci ha detto di stare a Valona?
UDHE PA ARDHIE
Duhet te nisemi nene
duhet, te largoemi nga Vlora.
Lufta shkatrroi kete qytet,
prandai njerzit marin rrugen per ne
kurbet.
Po ti mos u merakos, sa ne Itali un
te arri ne çast do te telefonoi.
U nis ania ne detin e kthjellet
ne mes pafundesis te detit blu
degjova klithmat e njerzeve.
Kuptova se ania po fundosei ne det
po smund te shpetonte as njeri i
shkret.
S’shikonte ai deti i gjer foshnjet qe
merte prane.
Ater si nje luan perseri doren e
mamas kapa prane.
Asai i premtova: deri sa do te jetoi
Gjithemone une do te ndimoi.
Mama perse nuk digjuam nenen
Qe na tha te rrinim ne Vlore?
Un fatto preciso mi ha ispirato questa poesia: una nave piena di profughi albanesi partiti da Valona il 28 marzo del 1997, con a bordo 128 persone, tutte felici perché pensavano di essere salite sulla nave che le avrebbe portate verso la ricchezza e il benessere. Non sapevano invece che quella nave avrebbe portato la maggior parte di loro alla morte. La nave era nel canale d’Otranto, forse si vedeva già l’Italia e nel momento in cui l’emozione era al culmine, quando le speranze di giungere in Italia aumentavano, bastò un attimo: la nave della guardia costiera si scontrò con la “Kater I” (era questo il nome del peschereccio sul quale c’erano i clandestini albanesi), poi la fece affondare e in quel momento tutti i sogni, tutti i progetti svanirono. L'unica cosa che contava veramente in quegli attimi era poter salvare la propria vita. Il bilancio di quella tragedia fu orrendo, con la morte di 108, forse 128 persone (non è dato di sapere il numero reale), i due terzi dei quali erano donne e bambini sotto i dieci anni.
Ledjon Dumi K V

